Visitare l’Abbazia Celestiniana e area archeologica del tempio di Ercole Curino significa entrare in uno di quei luoghi d’Abruzzo in cui il tempo sembra rallentare, fino quasi a fermarsi. È ciò che racconta, in silenzio, anche lo scatto di Marcello Caldarelli: una mattina sospesa, l’aria ancora fredda, i colori morbidi di un giorno che nasce piano sulla valle Peligna.
In primo piano, la fioritura rosa abbraccia l’inquadratura come un sipario che si apre. Ogni ramo è un’esplosione di petali che sembra voler proteggere il borgo sottostante, quasi a ricordare che la primavera, qui, non è solo una stagione ma una promessa: quella di un ritorno, di una rinascita continua. Sullo sfondo, il campanile svetta leggermente fuori dalla foschia, custode di pietra che veglia sul monastero e sul santuario pagano poco più in alto sul pendio del Morrone. È una fotografia che profuma di erba bagnata e incenso, di passi lenti sul brecciolino e di porte di legno che si aprono cigolando.
Marcello racconta di essere arrivato quando il cielo era ancora incerto tra la notte e il giorno. La macchina fotografica pronta, il respiro che si condensa davanti alla bocca, il silenzio rotto solo dal canto di qualche uccello nascosto tra i rami. Davanti a lui, l’Abbazia di Santo Spirito al Morrone appare come un’apparizione chiara tra le sfumature violacee della montagna, mentre più in alto si indovinano i terrazzamenti del santuario di Ercole Curino, scolpiti nel fianco della roccia. È in quell’istante, quando la luce comincia a filtrare e le prime sfumature rosa accendono i fiori in primo piano, che preme il pulsante e ferma il momento.
L’area archeologica del tempio di Ercole Curino ha una storia antichissima: il santuario nasce nel IV secolo a.C., su più terrazze artificiali affacciate sulla conca peligna, dove un tempo i popoli italici salivano per chiedere protezione all’eroe legato al mondo pastorale. Ancora oggi, tra mosaici policromi, muri in opera quasi reticolata e resti di gradinate monumentali, si percepisce la potenza di un paesaggio sacro pensato per dialogare con la montagna e con il cielo. Camminare qui, sapendo che in epoca romana un altare rivestito di bronzo raccoglieva le offerte dei pellegrini, aggiunge un brivido in più alla visita.
Proprio questa continuità di sacralità affascina Marcello. Dove un tempo risuonavano i riti dedicati a Ercole, nei secoli successivi un altro uomo in cerca di Dio, il futuro papa Celestino V, ha fondato la sua abbazia e l’eremo di Sant’Onofrio, mantenendo vivo il carattere spirituale del luogo. È come se la montagna avesse scelto di non smettere mai di essere un riferimento per chi cerca raccoglimento e luce. Nel suo scatto, questo dialogo tra pagano e cristiano diventa una sovrapposizione di piani: il fiore fragile, il campanile, i ruderi in alto, la roccia che tutto sostiene.
Da travel blogger, quando arrivi qui ti accorgi subito che non è solo una tappa di passaggio vicino Sulmona, ma un’esperienza da vivere lentamente. Puoi iniziare la giornata seguendo le tracce di Marcello: raggiungere l’abbazia nelle prime ore del mattino, quando la luce radente accarezza i tetti e il profilo del campanile, e poi salire verso il santuario archeologico lungo il sentiero che scende e risale tra i terrazzamenti, fino a dominare con lo sguardo l’intera valle. In primavera, il contrasto tra il rosa delle fioriture, il verde dei boschi e il grigio della roccia crea un quadro naturale che sembra dipinto apposta per chi ama fotografare.
Guardando la foto di Marcello, ti viene voglia di chiudere il computer, preparare lo zaino e partire. C’è una pace sottile, quasi timida, che avvolge tutto: la stessa che si prova quando, dopo aver visitato il sito archeologico, ti fermi sul muretto a osservare la conca peligna e a immaginare i pellegrini di ieri e i viaggiatori di oggi che, come te, si sono lasciati incantare da questo angolo di Abruzzo. Ed è proprio questo il messaggio nascosto nello scatto: l’Abbazia Celestiniana e area archeologica del tempio di Ercole Curino non sono solo luoghi da spuntare in una lista, ma una carezza lenta al cuore di chi sa ancora emozionarsi davanti a un cielo che cambia colore.




























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