Quando Alberto Angela sceglie un luogo, sa già che racconta una storia che merita di essere ascoltata. I suoi viaggi in Abruzzo e Molise negli ultimi anni hanno illuminato una parte d’Italia che troppo spesso rimane nascosta dietro la reputazione dei suoi vicini più celebri.
Eppure, il centro dell’Appennino custodisce una ricchezza di tesori capace di lasciare senza fiato chiunque decida di scoprirli. Seguendo le orme del grande divulgatore scientifico, è possibile intraprendere un viaggio affascinante attraverso cinque destinazioni straordinarie che racchiudono millenni di storia, bellezza naturale e tradizione artigianale.
Rocca Calascio: Il Castello che Sfida le Nuvole
A quota 1.460 metri, dove l’aria si fa sottile e il cielo sembra a portata di mano, sorge una delle fortificazioni più suggestive d’Italia. Rocca Calascio non è soltanto un castello; è un racconto di pietra che parla di millenni, di strategia militare e di fascino senza tempo.
Alberto Angela ha scelto di raccontare questo luogo attraverso il romanzo Il Nome della Rosa di Umberto Eco, trasportando gli spettatori nel pieno del Medioevo. E la scelta è perfetta, perché camminando tra le sue mura squadrate, è difficile non sentirsi trasportati indietro nei secoli. Le fondamenta risalgono infatti all’anno Mille, quando la rocca venne costruita come torre di avvistamento strategica per controllare le rotte commerciali tra l’Adriatico e il Tirreno. Ma è nel XV secolo, con l’arrivo della famiglia Piccolomini, che il castello assume la forma imponente che ammiriamo oggi.
Ciò che rende Rocca Calascio veramente magnetica è come la roccia e la fortificazione sembrino un’unica cosa, come se la montagna stessa si fosse trasformata in fortezza. Girando intorno alle sue quattro torri cilindriche, gli occhi spaziano su un panorama che toglie il fiato: le montagne dell’Aquila si susseguono all’orizzonte, i borghi antichi puntellano le valli, e nelle giornate limpide il paesaggio sembra illimitato. La leggenda narra che le mura del castello siano abitate da spiriti e custodiscano antichi segreti, un’aura di mistero che continua ad affascinare chi si avventura fin lassù.
Il castello ha dovuto affrontare tempeste di secoli: il terremoto devastante del 1703 quasi lo distrusse completamente, costringendo la popolazione ad abbandonare il borgo sottostante e scendere verso il paese di Calascio. Nel 1957, il castello rimase completamente disabitato, ridotto a un fantasma di se stesso, finché non è stato restituito al pubblico grazie ai restauri contemporanei. Oggi, la salita lungo la ripida scalinata in pietra che parte dalla chiesa di San Pietro rappresenta un pellegrinaggio moderno verso la bellezza e la storia.
Roccascalegna: Dove la Pietra racconta di Leggende e Passioni
Scendendo verso la costa adriatica, ma rimanendo nell’interno, lo sguardo è catturato da un’altra meraviglia medievale: il Castello di Roccascalegna, che sorge su uno sperone roccioso nel territorio di Chieti, dominando l’intera valle del Rio Secco. Alberto Angela ha dedicato il programma Meraviglie a questo luogo, riconoscendone il valore storico e la capacità affascinante di integrarsi perfettamente nel paesaggio naturale.
Quello che colpisce di Roccascalegna è la sua compenetrazione quasi organica con l’ambiente circostante. Le mura di pietra non sembrano costruite su lo sperone roccioso, ma piuttosto parte di esso, come se la natura e l’ingegno umano fossero danzati insieme attraverso i secoli. Il castello ha origini che risalgono probabilmente all’XI-XII secolo, quando i Longobardi costruirono una semplice torretta di guardia; ma è stato il susseguirsi di signorie medievali a trasformarlo nella fortificazione imponente che vediamo oggi.
Ogni periodo storico ha lasciato un segno: la signoria degli Annecchino vi aggiunse una torre circolare nel XVI secolo, la baronia dei Carafa (1531-1600) realizzò la splendida Cappella del Santissimo Rosario nel 1577, e la signoria dei Corvi apportò ulteriori modifiche nel XVII-XVIII secolo. Visitare il castello significa attraversare una stanza dedicata agli armamenti, un’altra agli strumenti di tortura, e spazi dove foto e leggende locali raccontano la vita medievale.
Una leggenda particolarmente affascinante e brutale è quella dello ius primae noctis: si racconta che nel 1646, il barone Corvo de’ Corvis abbia tentato di far valere questo diritto feudale disumano, secondo cui le spose dovevano passare la prima notte di nozze con il signore anzichè con il marito. La storia della resistenza a questa pretesa è ancora viva nella memoria locale, testimonianza della fierezza dei popoli montani.
Dall’alto della torre principale, il panorama che si apre è semplicemente mozzafiato: la valle verde del Rio Secco si estende in ogni direzione, i borghi medievali costellano il paesaggio, e nei giorni limpidi è possibile sentirsi padroni di un intero mondo fatto di pietre, storia e tradizioni.
Campo Imperatore: Il Piccolo Tibet Dove il Tempo si Ferma
Se esiste un luogo in Italia che merita davvero il soprannome di “Piccolo Tibet”, questo è Campo Imperatore. Alberto Angela ha portato il pubblico a scoprire questo altopiano straordinario, che a 1.800 metri di quota rappresenta uno degli scenari naturali più affascinanti e inaspettati d’Europa.
Campo Imperatore si estende per oltre 20 chilometri di vastità assoluta nel cuore del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, coprendo un’area di ben 75 chilometri quadrati. Camminare su questo altopiano è come camminare nel vuoto, circondati da un orizzonte infinito. Le montagne maestose del Gran Sasso – il Corno Grande a 2.912 metri, il Monte Aquila, il Brancastello – si alzano intorno come giganti silenziosi che proteggono questo spazio isolato.
L’altopiano ha un’origine glaciale e carsica, scolpito da migliaia di anni di ghiaccio che si ritrasse lasciando dietro di sé un paesaggio lunare, con rock-glacier, circhi glaciali e morene ancora visibili. Su queste distese di erba e roccia, brucano mandrie di bovini e cavalli allo stato semibrado; e se siete fortunati, potrete addirittura avvistare l’Aquila Reale che vola alta nel cielo.
Quello che Angela ha saputo raccontare magistralmente è il legame profondo tra questo paesaggio e le tradizioni umane che lo abitano. L’altopiano ha origine glaciale e carsico-alluvionale, attribuito dal sovrano Federico II di Svevia come terreno di caccia imperiale, da cui il nome “Campo Imperatore”. Ma sono i pastori e la loro pratica millenaria della transumanza – lo spostamento stagionale delle greggi verso i pascoli del Sud – a tessere la vera trama di questa storia.
I borghi medievali di Santo Stefano di Sessanio e Calascio punteggiano le pendici dell’altopiano, conservando tradizioni, architetture e modi di vivere rimasti sostanzialmente immutati per secoli. Percorrere l’anello di Campo Imperatore, un itinerario circolare che impiega circa 5 ore e mezza, significa immergersi completamente in questa realtà. Il silenzi è assoluto, interrotto solo dal vento, dal passo dei cavalli e dalle voci antiche che sembrano ancora echeggiare in questo spazio sospeso tra il cielo e la terra.
Alba Fucens: Quando la Grandezza Romana Affiora dal Suolo
Scendendo dalle montagne verso la piana del Fucino, emerge una pagina straordinaria della storia romana: Alba Fucens. Alberto Angela ha dedicato parte della sua serie Meraviglie a questo sito archeologico eccezionale, illustrando come la grandezza dell’Impero Romano si estendesse ben oltre Roma stessa.
Alba Fucens fu fondata come colonia romana nel II secolo a.C., in una posizione strategica nel territorio degli antichi Equi. La città era ben pianificata, con assi stradali regolari – la Via del Miliario, la Via dei Pilastri, la Via dell’Elefante – e una chiara divisione tra zone pubbliche e residenziali. Quello che rende Alba Fucens veramente straordinaria è il suo anfiteatro, costruito dopo il 38 d.C., una struttura che poteva ospitare circa 5.000 spettatori e che rappresentava il centro della vita civile e dell’intrattenimento popolare.
L’anfiteatro di Alba Fucens misura 96 metri per 79, con un’arena interna di 64 per 37 metri, ed è stato brillantemente ricavato nella roccia della collina di San Pietro. Cosa affascinante è che nel corso dei secoli, il terreno ha inglobato completamente la struttura, creando una piccola depressione nota localmente come “Fossa del Giudizio”. Quando nel 1949 gli archeologi belgi dell’Università Cattolica di Lovanio iniziarono gli scavi, dovettero letteralmente estrarre la storia dalla terra, opera completata dalla Soprintendenza Archeologica nel 1957.
Oggi, l’anfiteatro non è soltanto un sito archeologico, ma una sede vivente di spettacoli culturali. Ogni anno, festival con concerti, rappresentazioni teatrali e opere liriche trasformano lo spazio antico in un palcoscenico moderno, sfruttando la sua straordinaria acustica. Camminare tra i resti della città romana significa toccare con mano come vivevano i nostri antenati duemila anni fa: è possibile ammirare il foro, il macellum (il mercato), i resti delle terme con i mosaici intatti, persino graffiti antichi lasciati su pareti romane.
Agnone: Dove il Bronzo Canta da Mille Anni
Se c’è un luogo dove il tempo sembra davvero essersi fermato, questo è la Fonderia Pontificia Marinelli di Agnone, in Molise. Alberto Angela ha visitato questo luogo straordinario per raccontare come nasce una campana, un mestiere che si tramanda di padre in figlio da più di mille anni.
La tradizione della fonderia ad Agnone è leggendaria: le prime fonti risalgono addirittura al 1040, ma le campane ufficiali firmate dalla famiglia Marinelli risalgono al 1339, quando Nicodemo Marinelli, detto “Campanarus”, fuse le prime campane ufficiali della fonderia. Secondo alcune fonti, campane in bronzo si fondevano già ad Agnone prima del 1200, da cui potremmo dire che la tradizione risale ancora più indietro nel Medioevo.
Quello che rende la Fonderia Marinelli straordinaria è che le tecniche, gli strumenti e i materiali utilizzati oggi sono esattamente gli stessi di mille anni fa. Entrando negli ambienti affascinanti della fonderia, il tempo letteralmente si arresta. Il profumo acido della fornace a legna, il bagliore delle fiamme che illuminano il volto dei fonditori, il suono del bronzo fuso che viene versato nei modelli – tutto rimanda a un’epoca medievale che non è mai veramente finita.
La maestria artigianale richiesta è incredibile: ogni campana è un’opera d’arte unica, creata mediante un processo che combina scienza, esperienza e intuizione. Le campane Marinelli hanno suonato nei campanili più prestigiosi d’Italia e del mondo: dalla cattedrale della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei all’abbazia di Montecassino, dalle chiese di Roma fino alle grandi cattedrali europee. Nel 1924, Papa Pio XI concesse il titolo di “Pontificia” alla fonderia in riconoscimento del merito e della qualità delle sue opere.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, quando i nazisti occuparono il Molise e l’Abruzzo, la fonderia fu chiusa e utilizzata come quartier generale. Le campane in fase di lavorazione furono tragicamente distrutte e rifuse dai nazisti per creare cannoni da guerra, un episodio buio in una storia luminosa. Ma la tradizione ha resistito, e ancora oggi la famiglia Marinelli – l’unica rimasta tra le numerose famiglie agnonesi di fonditori – continua a creare campane usando le stesse tecniche che risalgono al Medioevo.
Nel museo della fonderia è conservato un esemplare straordinario: una campana gotica probabilmente realizzata ad Agnone mille anni fa, testimonianza della continuità e della qualità dell’artigianato locale. Visitare la fonderia significa ascoltare le storie dei maestri fonditori, osservare il processo affascinante di creazione, e comprendere come la mano umana, guidata da conoscenza tramandata attraverso i secoli, possa ancora creare bellezza vera.
Un Invito a Scoprire l’Italia Vera
I cinque luoghi raccontati da Alberto Angela rappresentano una verità profonda sull’Abruzzo e il Molise: non sono destinazioni per chi cerca comodità, ma per chi cerca anima. Sono posti dove la storia non è una materia da museo, ma una forza vivente che permea il paesaggio, gli edifici, le tradizioni.
Visitare Rocca Calascio al tramonto, quando le rocce si tingono di rosso e il vento porta con sé il suono del passato. Salire le scale di pietra di Roccascalegna e sentirsi piccoli di fronte alla maestosità del Medioevo. Camminare su Campo Imperatore in primavera, quando i fiori sbocciano e le aquile volano alta nel cielo. Toccare le pietre di Alba Fucens e immaginare il suono degli applausi di duemila anni fa. Entrare nella Fonderia Marinelli e assistere a un rito che non è cambiato in mille anni.
Questi non sono soltanto itinerari turistici; sono esperienze che trasformano, che raccontano chi siamo e da dove veniamo. Grazie ai racconti di Alberto Angela, una generazione di viaggiatori ha riscoperto che l’Italia più autentica, quella che tocca davvero l’anima, spesso vive lontana dalle rotte principali, custodita dalle montagne dell’Appennino e dalla memoria dei suoi popoli.
L’invito, allora, è chiaro: segui le tracce del grande divulgatore, scopri questi luoghi straordinari, e lascia che la storia, il paesaggio e la tradizione ti cambino, come hanno fatto con migliaia di spettatori che hanno visto Alberto Angela raccontare le meraviglie nascoste del centro Italia.




























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