C’è un momento, forse al tramonto, in cui il tempo smette di camminare diritto. Piega dolcemente su sé stesso, come un nastro dimenticato dal vento. Succede nei luoghi dove la realtà si fa visione, e la visione ritorna infanzia. Succede a Punta Aderci, a Vasto, dove due cavalli camminano piano sulla battigia di ciottoli, senza fretta, come se conoscessero un segreto che noi abbiamo dimenticato.
La luce è quella che piaceva a Fellini – né giorno né notte, ma quel confine sfumato dove tutto può succedere e nulla è più reale. Sullo sfondo, un trabocco si staglia come un teatrino silenzioso: impalcatura di legno e sogni, macchina da pesca e macchina da scena. E lì, nel silenzio di un’estate abruzzese, due figure a cavallo attraversano lo spazio con la grazia delle apparizioni.
Non sono turisti. Non sono cavalieri. Sono ombre antiche, anime che ritornano a raccontare, forse, un’altra storia. Il cavallo scuro porta con sé il peso di racconti mai detti; quello chiaro sembra danzare, leggero come una promessa. E il mare, complice, accarezza la riva con dita d’argento, lasciando che ogni onda sia un applauso sommesso.
La foto di Roberto Tucci non è una foto. È un ricordo che non ci appartiene, ma che abbiamo vissuto in sogno. È il fotogramma di un film che non esiste, o che forse Fellini avrebbe voluto girare: una storia senza parole, solo sussurri, battiti d’ali e nitriti lontani.
E se chiudi gli occhi, puoi sentirli ancora: il fruscio dei ciottoli sotto gli zoccoli, il respiro salmastro del mare, e il lento galoppo del tempo che ritorna bambino. Di seguito la foto nel suo formato originale.




























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