Nella suggestiva Valle d’Ansanto, cuore dell’antica Irpinia, si trova un sito naturalistico unico dove la terra è madre e matrigna: la Mefite di Rocca San Felice. Le caratteristiche anche letali di questo laghetto sulfureo hanno suscitato paura e reverenza fin dai tempi più antichi, generando miti e leggende che per secoli hanno alimentato le fantasie popolari.
Questo luogo misterioso, dove le acque ribollono ininterrottamente grazie alle potenti esalazioni di 900 tonnellate al giorno di gas, è stato identificato come il sito non vulcanico con la maggiore emissione di anidride carbonica al mondo. In un paesaggio “lunare” dove la vegetazione non sopravvive e gli animali ne stanno ben lontani, si è sviluppata una ricca tradizione di leggende che trasformarono la Mefite in uno dei luoghi più misteriosi dell’Irpinia.
La Dea Mefite: Da Divinità Pacifica a Spirito Malefico
“Colei che sta in mezzo”
L’etimologia del nome Mefite significa “colei che sta in mezzo”. Inizialmente, questa era una divinità pacifica con il potere di presiedere al passaggio sia geografico che simbolico. La dea presenzia ai dualismi fondamentali come vita e morte, il giorno e la notte, il regno dei vivi e l’oltretomba.
La divinità, dapprima considerata benigna e protettrice, era venerata soprattutto nell’universo femminile come protettrice della fertilità e delle donne. Si credeva che i fanghi della Mefite avessero proprietà curative: fino ad epoca recente, i pastori transumanti hanno trovato nel laghetto un valido rimedio alla scabbia ovina, e oggi i fanghi mefitici sono usati come impacco per la cura delle articolazioni.
La trasformazione in spirito ostile
Col tempo, la concezione della dea si trasformò radicalmente. Mefite divenne uno spirito malefico, ispirando numerose leggende che alimentarono le fantasie popolari per secoli. La nuova concezione di dea ostile soppiantò quella di divinità portatrice di abbondanza, e la misteriosa area divenne nell’immaginario collettivo il passaggio dalla terra agli Inferi.
Questo mutamento di percezione riflette il cambiamento nella relazione tra gli abitanti locali e il luogo: da spazio sacro di fertilità a porta temuta dell’oltretomba.
La “Porta dell’Inferno” di Virgilio
L’Eneide e il Lago d’Averno
Il luogo più celebre legato alla Mefite è la descrizione di Virgilio nell’Eneide, VII canto, dove lo descrive come una delle “porte dell’inferno”. Virgilio racconta della forza poderosa del laghetto, tale da condurre in un sonno eterno chiunque vi si avvicini troppo.
Virgilio descrive il luogo come uno degli accessi agli Inferi, simile per le caratteristiche al Lago d’Averno nei Campi Flegrei. Per gli antichi Irpini e per i Romani questo luogo era sacro alla dea Mefite, divinità legata alla terra, alle acque e alla fertilità.
Il tempio dedicato alla dea
Proprio nel cuore della Valle d’Ansanto sorgeva un tempio dedicato alla dea Mefite dove i devoti, soprattutto le donne, offrivano piccoli oggetti votivi chiedendo guarigione, protezione e fertilità. I resti di questo tempio, databile al VII secolo a.C., sono stati individuati alla metà del secolo scorso in seguito a scavi archeologici.
Del tempio restano alcuni reperti visibili nel Museo Irpino di Avellino, come:
- Xoane (sculture lignee a figura umana)
- Oggetti di ambra, oro, argento e bronzo
- Statuine raffiguranti diverse divinità
- Ceramiche, armi, vasellame
Questi oggetti sono la testimonianza del culto rigoglioso dedicato alla divinità che sovrintendeva alla fertilità della terra, che ancora oggi caratterizza la produzione del formaggio pecorino unico proprio per la presenza dello zolfo nella zona: il Carmasciano.
Il Fantasma di Margherita d’Austria: La Leggenda del Castello
Enrico II di Svevia e la prigionia
Secondo un’antica tradizione, proprio nel castello di Rocca San Felice sarebbe stato imprigionato Enrico II di Svevia, figlio dell’imperatore Federico II. Dopo aver guidato la ribellione dei feudatari tedeschi contro il padre, Enrico venne arrestato e trasferito continuamente da una fortezza all’altra affinché nessuno, nemmeno sua moglie Margherita d’Austria, potesse conoscere il luogo della sua prigionia.
Tra il 1236 e il 1242, uno dei luoghi in cui sarebbe stato rinchiuso fu proprio il castello di Rocca San Felice, prima del trasferimento verso la Calabria. Durante il viaggio, però, Enrico precipitò accidentalmente in un burrone trovando la morte.
Lo spirito che vaga tra le rocche
Seconda la leggenda, Margherita d’Austria non seppe mai dove morì suo marito e il suo spirito iniziò a vagare tra le rocche che avevano custodito la sua prigionia, compreso il castello di Rocca San Felice. Un racconto che ancora oggi contribuisce a rendere questa rocca uno dei luoghi più misteriosi dell’Irpinia.
Nelle notti di luna piena, il fantasma di Margherita d’Austria, giovane sposa di Enrico VII di Svevia, si aggira ancora tra i ruderi della fortezza in cerca del suo Enrico. Questa leggenda popolare si intreccia con il mistero della Mefite, creando un’atmosfera surreale che avvolge tutto il borgo.
Il Patto con il Diavolo: La Leggenda Contadina Moderna
La “sorgente del diavolo”
Nell’immaginario popolare fino alla metà del secolo scorso, il mondo rurale di Rocca San Felice attribuiva alla Mefite una qualità soprannaturale, una forza extrastorica di connotazione esclusivamente negativa. La Mefite era considerata la sorgente del diavolo, il luogo dove forze diaboliche si concentravano in un vortice maligno che infestava le campagne e turbava il sonno dei poveri contadini.
Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per trovare conferma di ciò. Fin dall’epoca romana, e forse ancor prima, il lago mefitico rappresentava la porta di ingresso dell’Ade, la via d’accesso al mondo degli Inferi, così come recita Virgilio nell’Eneide.
La raccolta di racconti di Edmondo Lisena
Nel 1998 è stata pubblicata una raccolta di racconti intitolata “Il patto con il diavolo”, autore Edmondo Lisena, dove vengono riportati in forma narrativa gli aneddoti e le leggende sorte intorno al lago mefitico nel contesto contadino. Le storie popolari contenute nel libro erano note a molte persone di Rocca San Felice e spesso venivano raccontate dagli anziani durante le soste dal lavoro e nelle serate d’inverno trascorse intorno al fuoco.
Canovaccio narrativo delle leggende
Nei racconti ricorre un unico canovaccio narrativo che assume forme diverse a seconda delle singole storie:
Il significato antropologico
Ad una lettura superficiale potrebbe sembrar chiaro che è la diabolica Mefite ad occupare un ruolo centrale nei racconti popolari. Ma leggendo attentamente il libro balza agli occhi che l’autentico protagonista delle storie è il mondo contadino, nella sua semplicità e nella sua frustrazione. L’autore mette in scena la lotta del popolo rurale e indigente contro sé stesso.
L’apparizione del diavolo è soltanto il pretesto narrativo che porta i poveri protagonisti a riflettere sulla loro condizione socio-economica. Emblematico è il dialogo tra un rocchese e uno straniero in “I tesori del diavolo si guardano ma non si toccano”:
“Per vivere qua, in questa creta, bisogna lavorare dalla mattina alla sera… I tesori…si dice…se n’è sempre parlato, ma conosci tu qualcuno che si sia arricchito!? Beh, neanche noi che siamo del luogo e neanche i nostri padri che erano del luogo. La caccia al tesoro è un chiodo fisso di chi non ha voglia di lavorare…”
Sembra quasi che il mondo contadino, vittima delle disavventure diaboliche, voglia autocompatirsi e, allo stesso tempo, consolarsi in una morale di rassegnazione: “non esiste ricchezza senza lavoro”.
Osco Rabel: Lo Sciamano e i Riti Antichi
L’incontro con gli antichi Osci
A Rocca San Felice esiste un’esperienza unica che ti porterà indietro di quasi tremila anni. Si tratta dell’incontro con l’Osco Rabel, artigiano e sciamano che veste i panni degli antichi Osci, la popolazione preromana che abitava la Valle d’Ansanto prima dell’arrivo dei Romani.
Avvolto in pelli di pecora, lupo e cinghiale, l’Osco Rabel rievoca gli antichi rituali legati alla dea Mefite attraverso:
- Racconti mitologici
- Simboli ancestrali
- Il suono ipnotico del tamburo sciamanico utilizzato per richiamare lo spirito della grande dea madre, simbolo di fertilità del suolo e fecondità femminile
La chiesetta di Santa Felicita
Visiting la chiesetta di Santa Felicita, si scopre come il cristianesimo abbia tentato di estirpare i riti pagani legati alla dea Mefite. Il santuario fu costruito nel IV secolo da San Felice di Nola proprio nel luogo dove si praticava il culto pagano di Mefite, sostituendo la dea antica con la figura cristiana.
Tabella Comparativa: Le Leggende della Mefite
Consigli per Visitare la Mefite con Sicurezza
Attenzione alle esalazioni
⚠️ Importante: Non avvicinarsi troppo alla Mefite, specialmente quando alza il vento. Le esalazioni possono essere pericolose con pericolo di morte. È disponibile un binocolo gigante per ammirare il fenomeno da distanza sicura.
Cosa osservare
- Ribollire permanente delle acque in una zona non vulcanica
- Paesaggio “lunare” dove la vegetazione scompare
- Odore intenso di zolfo che attraversa l’aria
- Alghe estremofile e la rara genista anxantica che sopravvive lungo i bordi del cratere
Quando visitare
Il periodo migliore è da aprile a giugno e da settembre a ottobre, quando le temperature sono miti. Evitare l’estate inoltrata quando il caldo può rendere le escursioni più faticose.
FAQ: Domande Frequenti sulle Leggende della Mefite
1. Chi era la Dea Mefite nell’antichità?La Dea Mefite, etimologicamente “colei che sta in mezzo”, era inizialmente una divinità pacifica protettrice della fertilità femminile e dei passaggi geografici/simbolici. Col tempo si trasformò in uno spirito malefico.
2. Perché Virgilio chiamò la Mefite “porta dell’inferno”?Virgilio nell’Eneide, VII canto, descrisse la Mefite come una delle porte dell’inferno per le sue caratteristiche pouvoir: le esalazioni gassose potevano condurre in un sonno eterno chiunque si avvicini troppo, simile al Lago d’Averno.
3. Qual è la leggenda del fantasma di Margherita d’Austria?Margherita d’Austria, sposa di Enrico VII di Svevia, non seppe mai dove morì suo marito (imprigionato nel castello di Rocca San Felice tra 1236-1242). Il suo spirito vaga nelle notti di luna piena tra le rocche del castello cercando Enrico.
4. Cosa racconta “Il patto con il diavolo” di Edmondo Lisena?La raccolta del 1998 riporta leggende contadine dove dalla Mefite prendono vita presenze malefiche che ingannano i contadini con tesori inesistenti. Il significato è la frustrazione del mondo rurale e la morale “non esiste ricchezza senza lavoro”.
5. Quali proprietà curative aveva la Mefite?I fanghi mefitici erano usati per curare la scabbia ovina (pastori transumanti) e attualmente come impacco per la cura delle articolazioni. I minerali influenzano le erbe che le pecore brucano, creando il Pecorino di Carmasciano unico.
La Mefite di Rocca San Felice è un luogo dove natura, storia e leggenda si fondono in un’esperienza straordinaria. Dalla dea antica venerata per la fertilità, alla porta dell’inferno descritta da Virgilio, dal fantasma romantico di Margherita d’Austria alle leggende contadine del patto con il diavolo, ogni epoca ha aggiunto il suo strato di mistero a questo sito unico.
Oggi, sebbene la scienza moderna abbia spiegato le peculiarità naturalistiche che rendono la Mefite uno dei luoghi più affascinanti d’Italia, il fascino delle leggende persiste. Le esalazioni di 900 tonnellate al giorno di gas, il ribollire permanente delle acque, il paesaggio “lunare” senza vegetazione continuano a suscitare meraviglia e un po’ di timore.
Se visitate la Mefite, ricordate di ammirarla da distanza sicura con il binocolo disponibile, lasciando che i racconti antichi vi trasportino indietro di tremila anni, verso un’epoca dove la terra era既要 madre che matrigna, e dove gli antichi Osci onoravano la grande dea madre con riti sciamanici sotto il cielo dell’Alta Irpinia.




























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