Tra le pieghe dei monti d’Abruzzo esiste un luogo dove il tempo sembra essersi fermato. Si chiama Campo Imperatore e, a oltre 1800 metri d’altitudine, si distende come un oceano d’erba tra creste aguzze e nuvole basse. Guardandolo bene, assomiglia a certe vallate del New Mexico o dell’Arizona, ma con l’odore del genepì e le rocce del Gran Sasso sullo sfondo. Ecco perché, negli anni ’70, qualcuno decise che questo altopiano d’Italia poteva trasformarsi in un perfetto set per il Far West.
Proprio qui, tra cavalli, polvere e silenzi, prese forma l’immaginario della saga di Trinità, quella con Bud Spencer e Terence Hill: due pistoleri improbabili, fratelli (più o meno), che tra scazzottate, piatti di fagioli e sguardi da spaghetti western hanno conquistato il pubblico di mezzo mondo. In particolare, alcune sequenze iconiche di “Lo chiamavano Trinità…” (1970) e del suo seguito, “…continuavano a chiamarlo Trinità” (1971), furono girate nell’area tra Campo Imperatore, Rocca Calascio e il Piano di Aremogna. Il regista Enzo Barboni, in arte E.B. Clucher, scelse questi paesaggi per la loro rudezza scenografica e per la luce limpida che sembrava già color correttivo da pellicola.

Oggi, se percorri la strada che porta al rifugio Duca degli Abruzzi o ti spingi verso l’Albergo di Campo Imperatore (dove fu prigioniero Mussolini nel 1943, altro frammento di storia che si intreccia), potresti quasi aspettarti di vedere spuntare Terence Hill su un cavallo bianco, con il suo sorriso beffardo, o sentire Bud Spencer sbuffare alle spalle mentre affetta pane con una mannaia. La zona è rimasta intatta, spoglia, epica. Ogni tanto ci passa un pastore, oppure un cicloturista che si sente un cowboy dei pedali.
Non mancano gli aneddoti: pare che la produzione, durante le riprese, si fosse innamorata dei fagioli cucinati in loco dagli abruzzesi, tanto da inserirli come gag ricorrente nei film. E quella scena, in cui Trinità mangia direttamente dalla padella con il pane, non fu improvvisata, ma ispirata proprio a un pasto reale consumato in uno stazzo sopra Castel del Monte.
Per chi ama i viaggi cinematografici, Campo Imperatore è un pellegrinaggio d’obbligo. Più che un luogo, è un set naturale permanente, dove il vento racconta ancora storie di scazzottate coreografate e tramonti da pellicola. E se la sera cala all’improvviso, con il cielo che si accende d’arancio sopra le montagne, ti accorgi che non servono effetti speciali: l’epica è già tutta lì, nel silenzio assoluto che sembra aspettare ancora una battuta di Terence Hill o un pugno ben assestato di Bud Spencer.
Perché andarci?
Per sentire l’Italia trasformarsi, anche solo per un momento, in un western senza tempo. E magari, davanti a un piatto di fagioli fumanti in rifugio, brindare a chi sapeva far ridere con un ceffone e un sorriso.




























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