Ci sono luoghi che non si visitano soltanto con gli occhi, ma con il rispetto e la curiosità che si devono a un’anima antica. Così racconta Eugenia S. la sua visita nella casa di Marlurita di Pacentro — Maria Loreta Pacella (1890–1978) — una delle figure più misteriose e affascinanti della tradizione abruzzese.
La sua dimora, incastonata tra le pietre del borgo ai piedi della Majella, non è un museo nel senso classico del termine, ma un piccolo scrigno di memoria, un luogo dove il tempo si è fermato, dove ancora si percepisce l’eco delle sue parole, il profumo di erbe essiccate e il silenzio carico di presenze.
Eugenia descrive la casa come “un guscio semplice, spoglio, ma vibrante di un’energia sottile”, dove ogni oggetto sembra raccontare una storia. Sulle mensole, bottigliette di vetro e ampolle contengono ancora tracce di un sapere contadino e arcaico; sul tavolo, un rosario consunto, una candela, un mazzo di chiavi. È come se Marlurita fosse appena uscita per una breve passeggiata nel borgo.
Non era una donna qualunque
“Non era una donna qualunque”, scrive Eugenia, “ma una custode di conoscenze che affondano nelle radici più profonde della cultura popolare”. Marlurita curava con gesti semplici, con formule tramandate e parole sussurrate, toccando la parte invisibile del dolore umano. La gente del paese la cercava per il malocchio, per un mal di denti che non passava, per una paura che non si riusciva a nominare. Era una presenza ambigua e potente: c’era chi la temeva, chi la rispettava, chi la amava.
Camminando nelle stanze, Eugenia racconta di aver sentito una forma di quiete. Non paura, non superstizione, ma un profondo senso di gratitudine verso una donna che aveva saputo aiutare con poco, che aveva saputo ascoltare. “Marlurita viveva ai margini, ma teneva il centro del mistero”, annota. La sua forza era quella delle donne che non cercano riconoscimento, ma lasciano un’impronta nel cuore della comunità.
Pacentro custodisce la sua leggenda
Fuori, Pacentro continua a custodire la sua leggenda. Le mura antiche del castello Caldora si stagliano come un guardiano silenzioso, e tra i vicoli si mormorano ancora storie su quella donna che parlava con le piante e con il vento. I più anziani ne pronunciano il nome con un misto di affetto e rispetto, come si fa con chi ha avuto un potere che non si può spiegare.
La visita di Eugenia Salvatore diventa così un piccolo pellegrinaggio nel passato, ma anche un atto di riconoscenza verso un femminile antico e dimenticato. In un’epoca che corre veloce, la casa di Marlurita invita a fermarsi, ad ascoltare, a ricordare che la vera magia non sta nei prodigi, ma nella capacità di curare — con le mani, con le parole, con la presenza.
E mentre Eugenia chiude la porta dietro di sé, scrive che le sembra di sentire uno sguardo sulle spalle, lieve e benevolo. Forse è quello di Marlurita, che continua a vegliare su Pacentro, nel silenzio delle sue pietre e nel respiro delle montagne.


































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