Un semplice scatto, pubblicato da Giustino C. sul gruppo Facebook Viaggiando Abruzzo, è bastato per scatenare una vera e propria ondata di ricordi, racconti e dialetti. Nella foto compariva un antico attrezzo agricolo in ferro, con grandi ruote e robuste lame, oggi esposto come testimonianza del lavoro nei campi di un tempo. Giustino chiedeva ai membri del gruppo: «Come lo chiamate voi?»
Da lì è iniziata una discussione vivacissima. Centinaia di utenti hanno commentato, riportando i nomi che questo strumento assumeva nei loro paesi o nelle loro famiglie. Alcuni lo hanno chiamato “voltarecchio”, altri “aratro a versoio”, “charrue” (nelle zone più influenzate dal francese), “aratrone” o “arratrice” in varianti dialettali. Molti hanno ricordato che un tempo era trainato da buoi o cavalli e regolato manualmente, quando ancora la meccanizzazione non era diffusa.
Le risposte dei lettori
Il post di Giustino si è trasformato in un vero e proprio archivio di termini locali. Cristoforo Lanesi ha scritto: “Quello attrezzo si chiama voltarecchio lo conosco bene perché ne ho costruito molti”. Giacomino Verratti ha risposto “La Pertcara”, mentre Giovanni Demontis ha portato la variante sarda “Bivomero”. Fabio Gobbino ha ricordato che “In Umbria si chiama Melotte”.
Gabriele Celestini ha scritto “Lu vrdarach” e Sandro D’Ignazi ha aggiunto “Voltarecchie, ascolano, sud Marche!!”. Silvia De Cristofaro ha precisato che “L’erpice è un altro utensile che aveva tanti spuntoni di ferro che si utilizzava dopo l’aratura per rompere le zolle (in dialetto: toppe) e rendere il terreno uniforme pronto per la semina”.
Odorico Mattia ha segnalato “Vuarzine”, mentre Clarice Serani ha spiegato che “Pertecara e vordarecchia sono due cose diverse e con diverse funzioni”. Infine Gabriele Desiderio ha chiuso con “B.vomero a carrellino…”. Qui il post sempre aggiornato con tutte le risposte.
Questo scambio di termini, ricordi e spiegazioni ha trasformato un semplice post in un piccolo dizionario vivente della cultura contadina italiana. Un mosaico di parole che racconta la ricchezza dei dialetti, ma anche la memoria condivisa di un lavoro duro e prezioso.




























Discussion about this post