Chi pensa all’Abruzzo immagina spesso montagne, borghi di pietra, eremi arroccati e la generosità semplice della sua gente.
Ma pochi sanno che dietro una delle menti più ironiche e raffinate del Novecento italiano c’è proprio un cuore abruzzese.
Ennio Flaiano, sceneggiatore, scrittore e giornalista, nacque a Pescara nel 1910: una città che allora si affacciava timida sull’Adriatico, lontana dai riflettori della Roma cinematografica che più tardi avrebbe segnato la sua carriera.
Flaiano, autore de Il tempo di uccidere e coautore di capolavori assoluti del cinema come La dolce vita e 8½, portò sempre dentro di sé un’ironia pungente, un senso disincantato dell’esistenza, un gusto malinconico per le piccole tragedie quotidiane.
Tratti che, forse, affondano le radici proprio nella sua terra d’origine, austera e poetica allo stesso tempo.
Eppure pochi lo associano all’Abruzzo. Nelle biografie si parla di lui come dell’uomo colto e cosmopolita della “dolce vita” romana, il cronista dell’Italia che cambia, il raffinato osservatore dell’assurdo.
Raramente si ricorda che il suo sguardo – ironico ma serioso – nacque lungo l’Adriatico, tra gente abituata a parlare poco e osservare molto.
La prossima volta che ti capiterà di leggere una sua frase o guardare uno dei film che ha contribuito a scrivere, prova a immaginare quel ragazzo pescarese che osserva il mare, curioso del mondo ma già pronto a sorriderne con distacco.
Forse proprio lì, in quell’equilibrio tra malinconia e lucidità, vive ancora l’anima più autentica dell’Abruzzo.




























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