Qui la montagna non si guarda soltanto: diventa soffitto, parete, riparo. All’Eremo San Bartolomeo, a Roccamorice, gli scatti di Nicole Addario ci accompagnano lungo una passeggiata in cui lo spazio si stringe sotto la roccia e poi, all’improvviso, si apre sul verde.
La luce è netta, il cielo che affiora oltre la parete è limpido. Sui versanti gli alberi compongono una trama fitta, attraversata da qualche sfumatura più chiara. Non serve assegnare una data a questa giornata: a raccontarla bastano il sole sulla pietra e l’ombra raccolta sotto il grande riparo naturale.
Eremo San Bartolomeo, il cammino diventa parte del paesaggio
Il reportage di Nicole comincia, per chi guarda, da una sensazione fisica: la voglia di rallentare. I gradini scendono accanto alla parete, mentre la ringhiera disegna lunghe righe d’ombra sulla superficie chiara. Poco oltre, il passaggio segue le irregolarità della montagna e accompagna lo sguardo verso la valle.
Mi ritrovo a seguire quel percorso con gli occhi, cercando il punto in cui il sentiero gira e scompare. Da una parte c’è la roccia, vicinissima; dall’altra, la profondità del bosco. È un contrasto che rende il paesaggio concreto: non un panorama lontano, ma qualcosa dentro cui muoversi, un passo alla volta.
Sotto la sporgenza, il camminamento di pietra conduce verso una piccola facciata chiara. Una persona seduta lungo il muretto restituisce la misura del luogo: sopra, l’enorme curva della montagna; sotto, uno spazio umano, essenziale, quasi discreto.
Una cappella dove la roccia resta protagonista
All’interno, il racconto cambia luce. La parete naturale occupa un intero lato della cappella e prosegue sopra il passaggio, incontrando l’intonaco e la volta. In fondo, un piccolo altare dai colori smorzati, una figura sacra nella nicchia, croci e pochi arredi compongono una scena raccolta.
Due sedie di legno, accostate alla parete, trattengono lo sguardo quanto l’altare. Hanno la semplicità delle cose che non devono impressionare nessuno. Guardandole, viene spontaneo immaginare una sosta: il tempo di sedersi, lasciare riposare gli occhi, accorgersi delle venature della pietra.
Nicole dedica spazio anche a questi dettagli, e il suo reportage acquista così un ritmo diverso. Non soltanto l’arrivo all’eremo, ma ciò che si incontra fermandosi: una soglia consumata, un’apertura nel muro, il dialogo tra ciò che è stato costruito e ciò che la montagna già offriva.
Finestre sul verde, piccoli inviti a restare
Una finestra con lo scuro aperto lascia entrare una luce tanto intensa da rendere il bosco quasi sospeso oltre il muro. La stanza resta in penombra, mentre fuori le foglie si accendono. Il paesaggio, incorniciato dalla pietra, sembra improvvisamente più vicino.
In un altro scatto, un’apertura alta, protetta da una semplice barriera di legno, mette in relazione l’interno e la valle. Lo sportello mostra assi, graffi e differenze di colore. Sono particolari che danno consistenza al viaggio: viene quasi voglia di avvicinare la mano al legno, sentirne la superficie.
È qui che emerge il silenzio delle immagini. Non possiamo ascoltare quella giornata, ma le fotografie suggeriscono una pausa, un’attenzione diversa: dentro, pochi oggetti; fuori, un intero versante di alberi.
Roccamorice attraverso lo sguardo di Nicole Addario
La passeggiata raccontata da Nicole Addario trova forza in questa alternanza: apertura e riparo, sole e ombra, vastità e dettagli. L’Eremo San Bartolomeo diventa il luogo in cui una scala, una finestra e una parete rocciosa possono raccontare tanto quanto un panorama.
Provate a immaginarvi su quel passaggio, con il verde davanti e la montagna sopra di voi. Poi portate nella rubrica “Le Foto dei Lettori” di Viaggiando Italia i vostri incontri di viaggio: fotografie e storie capaci, come queste, di farci camminare anche restando fermi.


































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