Ci sono luci che indicano una rotta. Altre, anche quando le guardiamo da terra, ci fanno sentire a casa. Il Faro di Punta Penna emerge così dagli scatti condivisi da Nicola Nick Pollutri: una presenza bianca che attraversa cieli diversi, si lascia avvolgere dalla sera e rimane riconoscibile persino tra i rami spogli. A Vasto, il suo profilo diventa il filo di un racconto fotografico nel quale il paesaggio incontra la memoria.
Faro di Punta Penna, un incontro che comincia alzando gli occhi
Guardando queste immagini, viene spontaneo seguire la torre dal basso verso l’alto. Si parte dalle finestre dell’edificio, si risale lungo le pareti chiare, si incontrano le piccole aperture della struttura e infine si raggiunge la lanterna. Intorno, il cielo sembra farsi più grande.
Nicola Nick Pollutri accompagna la community in questo movimento dello sguardo. Il suo racconto richiama una ricorrenza precisa: il 22 ottobre 1912, quando la grande lanterna entrò in funzione. Nel definirlo «il nostro faro» c’è già il senso della condivisione: non soltanto un monumento da fotografare, ma una presenza da ricordare.
In una delle vedute, sotto un cielo fitto di nuvole, il bianco della torre dialoga con i mattoni caldi dell’edificio vicino. Le arcate, l’erba e il margine della strada restituiscono una scena concreta, senza nascondere gli elementi quotidiani. È un luogo reale, prima ancora di diventare un’immagine da conservare.
Dal cielo rosato alla lanterna nella notte
Poi i colori cambiano. In uno scatto, il mare appare oltre il recinto, disteso sotto una fascia luminosa color pesca. Il cielo passa dall’azzurro al rosa, mentre le luci lungo l’edificio disegnano piccoli punti chiari: viene voglia di fermarsi e lasciare che gli occhi si abituino a ogni sfumatura.
La veduta frontale ha un’altra voce. Il cancello introduce una distanza, ma la lanterna accesa richiama subito lo sguardo. Contro il blu della sera, il faro sembra raccogliere attorno a sé il silenzio delle facciate e dello spazio d’ingresso.
Altrove, sotto un cielo intenso, la torre mostra tutta la propria verticalità. La scritta «Faro di Punta Penna» dà un nome a quella presenza; il tricolore e il percorso verso la porta ne riportano le proporzioni alla dimensione umana. Dopo aver guardato tanto in alto, si torna con gli occhi a terra.
La scena notturna tra le case è forse la più raccolta. I rami spogli, illuminati da tonalità calde, costruiscono una trama davanti alla torre. La luce in cima rimane visibile oltre quell’intreccio: una piccola certezza dentro il buio.
Una luce ricostruita, una memoria da custodire
Il tema condiviso da Nicola ricorda anche una ferita. La struttura che vediamo oggi non coincide interamente con quella inaugurata nel 1912: durante la Seconda guerra mondiale, la parte superiore venne fatta saltare dall’esercito tedesco in ritirata. Ricostruito, il faro tornò a funzionare all’inizio degli anni Cinquanta.
Questa storia cambia il modo di guardarlo. Alla sua altezza si aggiunge il valore della memoria: quella luce ha conosciuto un’interruzione, poi è tornata. Le immagini, passando dal giorno alla notte, danno una forma semplice e immediata a questo pensiero.
Vasto, il piacere di fermarsi davanti al mare
Il reportage suggerisce un modo lento di incontrare questo angolo di Vasto: osservare il faro dall’esterno, cercarne il profilo tra gli edifici, lasciare che il mare sullo sfondo allarghi il panorama. Non serve immaginare un programma fitto; basta concedersi il tempo di cambiare punto di vista.
Provate a figurarvi lì, con il cielo che perde colore e la lanterna che risalta sempre di più. È questa l’emozione che il racconto di Nicola Nick Pollutri lascia: ritrovare meraviglia in una presenza familiare.
Anche voi custodite un luogo così? Inviate le vostre immagini e le vostre storie alla rubrica “Le Foto dei Lettori” di Viaggiando Italia: il prossimo viaggio può cominciare dal vostro sguardo.
































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